Sul bambino conteso dai genitori aleggia l’ombra della P.A.S.

La Sindrome di Alienazione Genitoriale (o P.A.S., dall’acronimo di Parental Alienation Syndrome) è una controversa e ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard Gardner, si attivano in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate, nel contesto delle controversie per la custodia dei figli; la PAS sarebbe frutto di una supposta «programmazione» dei figli da parte di un genitore patologico (genitore c.d «alienante»), sorta di lavaggio del cervello che porterebbe i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore (genitore c.d. «alienato»). Le tecniche di «programmazione» del genitore «alienante» comprenderebbero l’uso di espressioni denigratorie riferite all’altro genitore, false accuse di trascuratezza, violenza o abuso (nei casi peggiori, anche abuso sessuale), la costruzione di una «realtà virtuale familiare» di terrore e vessazione che genererebbe, nei figli, profondi sentimenti di paura, diffidenza e odio verso il genitore «alienato». I figli, quindi, si alleerebbero con il genitore «sofferente»; si mostrerebbero come contagiati da tale sofferenza e inizierebbero ad appoggiare la visione del genitore «alienante», esprimendo, in modo apparentemente autonomo, astio, disprezzo e denigrazione verso il genitore «alienato». Gardner sostiene che tale «programmazione» distrugge la relazione fra figli e genitore «alienato» in quanto i primi giungerebbero a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con quest’ultimo


L’Italia non ha una legislazione diretta in materia di alienazione genitoriale. Tuttavia, già dal 2006, con la legge 54 sull’affido condiviso, si è tentato di superare lo schema precedente che vedeva di massima i figli affidati a un solo genitore, al fine di evitar loro fattispecie traumatiche, delle quali l’alienazione genitoriale era una delle eventualità.


In questo contesto si cala perfettamente il video-shock nel quale viene rappresentato il bambino di dieci anni che la Polizia trascina fuori dalla scuola, video che ha suscitato tanto clamore ma certo non ha sorpreso noi avvocati che da anni trattiamo la materia assistendo, quasi impotenti, all’ormai abituale opera di demolizione che il genitore con il quale il figlio convive riversi su di lui tutto l’astio che prova nei confronti dell’altro genitore: quasi sempre ciò avviene ad opera della madre, che è il genitore presso il quale, nonostante l’affido condiviso, il minore continua a vivere; il padre è visto come un intruso nella vita di madre e figlio e viene progressivamente emarginato.


Nelle motivazioni della sentenza della Corte D’Appello di Venezia, alla madre viene imputata una «netta ostilità» all'attuazione delle decisioni dei giudici, per i quali «l'attuale situazione del minore e' gravemente rischiosa per la sua evoluzione psicofisica»; la madre, poi, sarebbe detentrice «di un potere assoluto sul figlio», che si staglia su uno sfondo di un «conflitto sterile e stressante» fra i due adulti. Di qui la decisione di allontanarlo dalla madre «per aiutarlo a crescere, a resettare e reinventare i propri rapporti affettivi»; «gli incontri del bambino con il padre», spiegano, «sono stati del tutto sospesi per iniziativa della madre dal settembre 2010. Sono ripresi solo l'8 febbraio 2012, in uno spazio neutro a Padova, con l'assistenza di un educatore». Il bambino, tuttavia, non e' mai andato a casa del padre e non ha più avuto rapporti con il lato paterno della famiglia, con una situazione che per i magistrati «e' gravemente rischiosa per la sua evoluzione psicofisica».


Dunque, se il minore dovesse, da questi fatti, subire traumi, la responsabilità sarà tutta della madre, la quale è la causa unica ed esclusiva di quanto accaduto, comprese le modalità con le quali la Polizia ha dovuto agire: ella, infatti, lasciando a guardia del bambino fuori dalla scuola la zia ed il nonno, null’altro ha fatto che persistere nella sua opera di deprivazione genitoriale, istruendo il minore in maniera tale da reagire al prelevamento, assicurandolo dell’aiuto di zia e nonno, muniti di macchina fotografica ed assegnando al piccolo una parte che egli ha puntualmente svolto.


Tempo fa ritenevo che il cosiddetto affido alternato costituisse un obbrobrio familiare, trasformando il bambino in un pacco postale; dopo aver constatato sempre più episodi come quello di Padova, comincio invece a ritenere che l’idea non sia poi tanto sbagliata, perché farebbe sin da subito intendere al minore che i genitori sono sempre due e che entrambi sono presenti nella sua vita.